
L’introduzione di un biglietto per avvicinarsi alla Fontana di Trevi ha colto molti di sorpresa, soprattutto perché arriva da un’amministrazione che ama definirsi progressista.
Da un lato si invoca la tutela di un monumento iconico; dall’altro si introduce un costo per accedere a uno spazio simbolico della città.
I residenti — anche quelli dell’area metropolitana — saranno esentati. Ma il punto non è il portafoglio: è la cultura, l’identità, e per molti anche la politica.
Per decenni il turismo è stato raccontato come una risorsa. Oggi è anche un peso. Roma, come Venezia, Firenze, Barcellona o Amsterdam, vive una pressione costante: 23 milioni di visitatori l’anno, 10 milioni solo alla Fontana di Trevi.
I centri storici rischiano di diventare scenografie, e i residenti comparse.
Il contesto internazionale: non è un caso isolato Molte città stanno correndo ai ripari:
Roma si inserisce in questa tendenza globale. Ma la domanda resta: più tasse e più ticket sono davvero l’unica risposta possibile, o semplicemente la più facile?
Le voci della città
Una residente del rione Trevi racconta: “Non è il ticket il problema. È che non riesco più a fare la spesa senza zigzagare tra i trolley. La mia strada è diventata un corridoio turistico.”
Un tassista, fermo in coda vicino a via del Tritone, aggiunge: “Io Roma la amo, ma a volte mi sembra che non mi voglia più. Accompagno turisti felici, e sono contento per loro. Ma poi torno a casa e non trovo parcheggio, il supermercato è pieno di valigie, e il mio quartiere non ha più un bar dove mi chiamano per nome.”
Un commerciante di via delle Muratte, che vive di turismo ma ne subisce anche gli effetti, sintetizza il paradosso: “Senza turisti chiudo. Con troppi turisti non vivo. È un equilibrio impossibile.”
Tre voci diverse, un’unica sensazione: la città sta cambiando pelle, e non sempre in meglio.
Il prezzo della bellezza (e il costo dell’inefficienza)
Un monumento come la Fontana di Trevi richiede manutenzione, sicurezza, pulizia, gestione dei flussi. Se non pagano i turisti, pagano i residenti. E se pagano sempre loro, la città diventa ostile, esasperata. Un contributo può essere visto come un gesto di responsabilità. Ma resta il rischio che ogni nuovo ticket diventi un precedente, un gradino verso una città sempre più “a pagamento”.
Un dettaglio non secondario è che l’accesso alla Fontana di Trevi torna libero dopo le 22. Nelle ore diurne la città impone un ticket per proteggere il monumento; nelle ore notturne lo stesso spazio diventa improvvisamente gratuito, come se la tutela valesse solo quando la folla è ingestibile.
È un doppio regime che racconta più della città di quanto sembri: Roma oscilla tra la necessità di difendersi e la tentazione di arrendersi, tra il controllo e la resa. Una gestione “a tempo” che somiglia più a un compromesso che a una strategia.
Ed emerge una domanda inevitabile: come verranno spesi questi soldi? Perché l’esperienza italiana insegna che:
E allora la speranza, o forse la richiesta, è che i cittadini romani vengano informati, coinvolti, ascoltati. Che sappiano se quei fondi serviranno davvero alla Fontana, alla manutenzione, alla sicurezza, o se finiranno dispersi in altri rivoli di bilancio.
Perché la vera domanda liberale è semplice: chi controlla il controllore?
Il prezzo della quotidianità I romani, come i veneziani, i fiorentini, i barcellonesi, pagano già un prezzo altissimo: affitti alle stelle, negozi tradizionali che spariscono, strade congestionate, servizi sotto pressione.
Il rischio è che la città diventi ancora più bella, ma invivibile. Un museo a cielo aperto dove però i cittadini non trovano più spazio. L’esenzione dal ticket è un gesto simbolico, ma non basta. Il problema di fondo resta: chi vive qui ha sempre meno voce nel destino della città.
E allora torniamo alla domanda centrale: quanto siamo disposti a pagare, come turisti, per preservare ciò che amiamo? E soprattutto: quanto devono pagare, come cittadini, per continuare a vivere la loro città?
Perché non si tratta solo di 2 euro. Si tratta di un principio. Di una linea che, una volta superata, rischia di cambiare il rapporto tra le persone e i luoghi.
Oggi paghi per avvicinarti alla Fontana di Trevi. Domani, forse, per passeggiare in Piazza Navona. Dopodomani, per entrare in un quartiere storico.
A quel punto Roma non sarà più una città: sarà un’esperienza a pagamento, un prodotto confezionato, un brand. Il paradosso è che tutto questo nasce con l’intenzione di proteggere la città. Ma una città protetta troppo diventa una città blindata. E una città blindata smette di essere viva.
E allora la domanda finale è inevitabile: Roma è ancora una città aperta, o sta diventando un luogo da visitare più che da vivere? La risposta dipenderà da quanto siamo disposti a difendere l’idea di città come bene comune, non come attrazione da monetizzare.
Da quanto i cittadini riusciranno a farsi ascoltare. E da quanto i turisti accetteranno di essere parte della soluzione, non solo del problema.
Perché una città non muore quando arrivano troppi visitatori. Muore quando smette di appartenere a chi la abita.